mercoledì 18 giugno 2014

Una ricetta per domani

Corri, corri. Corri sempre. Corri da sempre. Poi, una mattina, un pensiero ti blocca. Ti si infila nella mente come farebbe un bastone tra le ruote di una bicicletta e ti ritrovi scaraventato a terra a cinquanta, settanta metri di distanza a fare conoscenza con l’asfalto e con un dolore del tutto inaspettato.
“Quando?”.
Te lo chiedi solo allora: “Quand’è cambiata la realtà?”.


Ieri sera hai aperto la porta di casa con le chiavi e così hai fatto l’altra sera e quella prima ancora. E chissà da quanto tempo va avanti, da quando infilare una chiave nella toppa di casa non è più una novità.
Prima bastava che ti facessi vedere. Che parcheggiassi nei pressi del cancello. Che ti avvicinassi come senza intenzione al citofono. Il portoncino metallico scattava e un attimo dopo la porta di casa ti proponeva una porzione illuminata di ingresso.
Era lei, ma per vederla bisognava che fossi veloce a fare i gradini. Solo correndo facevi in tempo a cogliere qualche sua parola mentre se ne tornava svelta alla precedente occupazione.
Stava impastando.
Stava spolverando.
Stava lavando i piatti.
Raramente, era con Mike Bongiorno.
Era così da sempre e sarebbe stato così per sempre.
O quantomeno era quello che pensavi, veramente.

Adesso la porta te la apri da solo ed entri al buio come un ladro o come uno che vuole tenersi nascosto qualcosa. L’unica luce viene dalla cucina, ma ti è difficile entrare. Anche solo fermarti e ficcare il naso là dentro indugiando coi piedi nel corridoio, al buio, appare uno sforzo insopportabile. Eppure lei è sempre lei ed è lì a pochi passi quasi centenaria come la maggior parte dei mobili della sua camera da letto. Ha una sedia a rotelle sotto il sedere, le mani coperte da guanti di lana per via della cattiva circolazione e gli occhi liquidi di chi piange spesso.
Non sai che dire, perché adesso ogni parola sembra fuori posto, inutile. Prima potevi raccontarle di tutto e ridere dei suoi consigli, delle parole storpiate le uscivano di bocca. Di quelle te ne ricordi ancora parecchie, ma pagheresti per sentirne ancora una dalla sua voce.
Eppure ogni tanto ti riesce di assomigliare anche solo appena ad un uomo ed entri a trovarla. Come sempre ti siedi a capotavola e attendi come un principino di essere servito e riverito. Prima erano piatti di spaghetti, panini imbottiti, ora vorresti qualche parola per spezzare non la fame, ma il silenzio.

“Stupido”.
Sembra quasi tocchi a lei chiederti come stai, strapparti un sorriso, per falso che sia. Certo potrebbe almeno facilitarti le cose guardandoti, ma non lo fa mai. I suoi occhi azzurri seguono invece uno strano percorso.
Te ne accorgi un giorno, per caso. Sembrano fermi, fissi nel vuoto, ancorati a qualcosa che sembra essere allo stesso tempo invisibile e prezioso, qualcosa che pensi potrebbe somigliare alla giovinezza. E invece sono vivi, si muovono ancora.

Il loro è un movimento rapido, difficile da notare, è un guizzare cadenzato in direzione di certi oggetti particolari. Il bruciatore del gas, il rubinetto del lavello, la cornetta del citofono. Il giro è sempre quello e non dura che pochi attimi.
Bruciatore, rubinetto, citofono.
Bruciatore, rubinetto, citofono.
Sulle prime non sai dare un nome a questa cosa, un senso a queste occhiate furtive, ma le volte successive, mano a mano che ti ci abitui, ti riesce di chiamarla vita.

Una domenica ti viene un’idea.
Ti presenti a casa e fai in modo di restare solo con lei.
Non hai ancora ripreso a correre, non ci riesci più, non bene come prima. Quel pensiero di lei è diventato un freno a mano mentale e adesso non fai altro arrancare. Sai, vuoi, devi andare avanti, ma... C’è sempre un “ma” a spezzarti il fiato, a farti perdere il filo delle cose. Così dopo un po’ che ci provi anche l’idea più balzana inizia a sembrarti vincente. Riesci a vederci una via d’uscita, una medicina al tuo malessere quotidiano.
Sabato pomeriggio vai a fare la spesa e la mattina dopo ti presenti a casa con una borsetta di nylon gialla. Dentro c’è tutto quello che serve: uova, farina, zucchero, olio di semi, un sacchetto di uva sultanina, del lievito in polvere e sei mele gialle, molto mature.
L’idea dell’impasto t’è venuta per caso, in pasticceria. Hai preso uno di quei pasticcini con sopra una fetta di mela glassata e in un attimo te ne sei ricordato. La torta è tornata su dal passato attraversandoti lo stomaco col suo profumo, col suo calore.
Ti sei rivisto piccino con le mani impiastricciate e il naso ricoperto di farina. Allora hai alzato lo sguardo e l’hai rivista in piedi, accanto a te: più giovane, più energica; non sei più riuscito a toglierti di mente la ricetta della sua torta di mele.
Al supermercato è stato facile. La sua voce ti ha guidato tra le scansie e tu con l’acquolina in bocca hai preso tutto il necessario. Quando sei uscito però avevi la sensazione che ti mancasse qualcosa. Qualcosa di importante come il coraggio o la convinzione di voler andare fino in fondo.
Poi però ti sei sentito meglio. La sua cucina ti è amica quasi quanto lei, i pensili hanno ancora qualcuna delle impronte delle tue dita nascoste da qualche parte.
Man mano che svuotavi il sacchetto hai preso sempre più fiducia. Hai allineato gli ingredienti sul tavolo. Hai trovato il recipiente al primo colpo. Il cucchiaio di legno era proprio dove ricordavi che fosse, nel primo cassetto, assieme ai coltelli.

La domenica lei sembra una bambola. L’infermiera la lava e la veste di pulito. Le mette uno di quei suoi tanti vestiti a fiori e la pettina con una spazzola che sembra grande il doppio della sua testa. In effetti anche il vestito sembra enorme, ci naviga dentro, la sua anima è una boa in mezzo a un mare di fiori gialli e viola. Prima di andarsene l’infermiera la mette sulla sedia a rotelle la accosta alla finestra. E’ lì che la trovi. Il suo corpo quantomeno.
Fuori c’è una bella giornata, il sole e tutto il resto. Ci sarebbe da guardare il paesaggio, le piante ondeggiare per via del venticello. Lei fa il solito giro, dentro. I suoi occhi sono sul bruciatore. Sul rubinetto. Sul citofono. Il giro è sempre quello, ma adesso è un incantesimo che pensi di poter spezzare.
Gonfi d’aria i polmoni e poi cominci col sbucciare le mele. Con cura, lentamente, stando ben attento a non sprecare il frutto lasciandone troppo attaccato alla buccia. Alla seconda mela scarti pochissimo, sei bravo, ma non c’è nessuno a dirtelo. Lei è sempre appresso alle fermate del suo treno. Non ci sei e forse non ci sei mai stato.
Però la cucina ti trasmette sicurezza. La mente è sgombra da cattivi pensieri. Il cuore è dov’è sempre stato ma non lo senti più, non come prima. Mentre fai a pezzetti le mele all’interno del recipiente ti sembra di rinascere, di rifarti piccino e di ricrescere felice, piano piano. Rompi un uovo sopra le mele e dai una prima mescolata, poi ci versi il latte e l’olio e mescoli di nuovo.
La ricetta che hai imparato non c’è. Te ne rendi conto soltanto in quel momento. Tutto ciò che lei ti ha insegnato è avere occhio per gli ingredienti e magari per le cose, in generale. Aggiungi la farina a pugni e ti fai un giro sui suoi nuvoloni bianchi. Quando girare il cucchiaio diventa appena un po’ più difficile vuol dire che basta, che hai fatto il giusto, ma se la fatica è troppa allora ci vuole ancora del latte. Un goccio appena, una correzione.
Abbandoni la tua creatura sul tavolo e vai dritto al forno. Giri il pomello, lo tieni schiacciato per qualche secondo. La scintilla si mangia il gas metano e subito una corona azzurra investe il re della cucina. Resti fermo ad ammirarlo e nel contempo ti curi di sfuggirgli, di non farti cogliere impreparato dal suo calore.

Quanto ti volti lei è li con te. Non al bruciatore, non al rubinetto e nemmeno al citofono. I suoi occhi accarezzano i tuoi capelli e sembrano sciogliersi, farsi liquidi su di te, però quando ti sposti noti con tristezza che restano lì, fermi sul vetro del forno. Non sono più tuoi.
Torni all’impasto e subito lo ravvivi con due giri di cucchiaio. Ora tocca all’uvetta sultanina e al lievito. Accompagni ogni pensiero ad un gesto, ma quando pensi di aver finiti ti accorgi che invece manca qualcosa. E’ quel goccetto di grappa che lei nascondeva dietro ad un interrogativo. Ti chiedeva sempre: “Ce lo mettiamo?”, ma poi non si curava dei tuoi: “No”: schizzava l’impasto imponendo i suoi gusti ai tuoi: “E’ più buona” diceva lasciandoti interdetto.
E tu poi l’hai rimosso. Hai rimosso quell’ingrediente. E’ stata senza dubbio una ripicca mentale, ma adesso te ne dispiace, perché ti pare un tradimento. Un oltraggio al maestro. E non puoi fare niente per rimediare: in quella casa la grappa manca da almeno un decennio e lo sai. Manca da quando gli ospiti hanno smesso di considerarsi tali.

Lasci correre, fai fatica, ma lasci correre. Del resto se anche ti avanzasse un desiderio non lo sprecheresti per una bottiglia di grappa. Ci combineresti come minimo un salvataggio. O una rinascita. O un intervallo. Fai questi pensieri e in fondo non li capisci nemmeno. La tua mente cerca una teglia per la torta, ma lo fa saltellando lungo la linea che sta a cavallo tra il presente e il passato. Apri i pensili pensando: “Dov’era?”, “Dov’è?”.
Ti senti stanco da morire. Le tue ossa scricchiolano nel mentre ti chini a prendere una tortiera dal fondo antiaderente. Non è quello che ti aspettavi, ma l’importante è che c’è. Ci versi dentro l’impasto, l’appiattisci col lato convesso del cucchiaio e poi lo decori con qualche fettina di mela.
Fai tutto il giro della tortiera e nel frattempo pensi a quando quello stesso gesto ti ricordava il Gioco dell’Oca. Immaginavi di preparare il tabellone e di saltellarci sopra con il tuo segnalino. “Che fantasie si hanno da bambini” pensi mentre inforni l’impasto e carichi il timer per stare più tranquillo.

Guardi l’orologio a muro e poi guardi lei. Sono le dieci e mezza e lei è tornata al suo giro abituale: bruciatore, rubinetto, citofono. Bruciatore, rubinetto, citofono. E’ un vagare senza fine.
Ti avvicini a lei e per la prima volta in trent’anni ti permetti di toccarla. Di farle una cosa semplice come una carezza sulla guancia.
I quaranta minuti di cottura sono un’attesa che in qualche modo riesce a renderti libero, leggero nel corpo e nella mente. Allora trascini una seggiola accanto alla finestra e ti metti vicino a lei. Vicino a quell’essere immobile che ti ispira invece movimento. Accanto a lei è un viaggiare continuo attraverso le età, le consuetudini e le mancanze di una vita che ne ha dentro molte altre e una di queste è senz’altro la tua.
E basta quel poco di serenità a chiuderti gli occhi, a spingerti in un sonno leggero, cullato e guidato dal ticchettio molesto del timer che brucia i minuti che ti stanno attorno e insieme minaccia il tuo timido sognare in bilico sullo schienale di una sedia sgangherata.

Quando scatta finalmente il segnale acustico il cuore ti balza dritto in gola. Ritrovi la stanza bagnata di zucchero e i tuoi occhi, che fanno il giro del soffitto scacciando ipotesi sbagliate sul presente, per un attimo si fanno beffare dall’ultimo sogno.
Allora accetti che la tua mente svuoti la sedia a rotelle e rimetta lei in piedi, davanti al forno, con la mano destra in un guanto e nel guanto la tua torta di mele fumante. E’ una visione che ti rende felice e insieme affamato e anche se dura poco sai che è un regalo grande che ti fa la vita. E’ la tua porzione di felicità e non hai che servitene, farla tua, per un po’.
Poi di colpo il sogno finisce e la realtà rimette tutte le cose al suo posto. Lei torna a sedere inanimata accanto alla finestra e tu ti alzi a controllare, a spegnere, a sfilare, a odorare, a tagliare, ad assaggiare, a ridere, a piangere. E senza che te ne accorga stai di nuovo correndo, hai ripreso e continuerai a correre. Corri ora, corri, e ancora correrai, domani.

(ciao)



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