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lunedì 6 luglio 2015
Verso tutti
Il laghetto ritratto nelle cartoline è uno specchio color smeraldo che potrebbe benissimo abbagliare un automobilista al volante su Marte. Le sue rive sono due labbra sottili sporche di sole, di cielo primaverile e del verde acceso dei sempreverdi. Dalla veduta aerea gli alberi sembrano spingersi l’un l’altro verso l’acqua presidiando il bordo del laghetto come dei bagnanti rannicchiati pronti a tuffarsi. In mezzo allo specchio d’acqua un antico santuario si sporge a sua volta da un isolotto che è poco più di uno scoglio, una specie di picco che emerge solitario dalle acque come un dente grigio e verde.
Il laghetto fuori dell’abitacolo è una nuvola a livello del terreno che spruzza pioggia lateralmente come un autolavaggio. Io e la famiglia ci guardiamo, guardiamo in nostri k-way sgargianti e poi apriamo le portiere inzuppando i piedi nella melma grigia del parcheggio. Il vento ci accoglie scoperchiando i cappucci sulle nostre teste e sferzando l’unico ombrello che abbiamo: quel minuscolo e inutile avanzo d’auto, del quale ci si ricorda sempre e solo in condizioni estreme, come queste.
giovedì 7 maggio 2015
Cose mie
E’ domenica mattina e sto stendendo il bucato in balcone alla faccia del cielo che minaccia ritorsioni d’acqua e delle montagne che piagnucolano da lontano come due vecchie zitelle a un matrimonio.
Più che altro cerco di convincere me stesso che non pioverà da lì a due minuti e che almeno le lenzuola avranno il tempo di asciugarsi approfittando del vento che soffia sulla città come se fosse la sua torta di compleanno.
Ad ogni capo che appendo al filo mi par di sentire una sghignazzata da parte dei vicini che se non altro hanno il buongusto di non farsi vedere e rimanersene sigillati nei loro sarcofagi di calcestruzzo colorato.
Io comunque rispondo loro tirando su col naso, perché l’allergia ha deciso che se deve piovere, pioverà anche dai miei occhi che son più scuri del cielo e qualche fulminata ogni tanto la sanno anche dare.
Fintanto che le apro e le chiudo provo per le mollette una sorta di fratellanza e mi diverto a dar loro dei nomi che ricorderò soltanto in caso di morte eroica come quella di Maria Pia, che poveretta non ci ha pensato due volte a buttarsi sulla rampa del garage, appresso a quel calzino spaiato che appare e riappare a piacimento come un fantasma.
martedì 29 luglio 2014
L'estate
Poco
fa ho incrociato l’Estate, stava camminando a bordo strada con due borse della
spesa piene di creme solari e braccialetti della fortuna.
Ho
accostato con l’auto poco più in là e quando m’è arrivata a tiro del finestrino
le ho domandato: “Ma dove diamine ti eri cacciata?” e lei mi ha risposto che è
depressa, che piange spesso e che esce solo per fare provviste.
M’ha
detto che da quando l’Anticiclone delle Azzorre l’ha lasciata si sente più
fragile, poco protetta e non riesce proprio a star su.
E
io l’ho interrogata: “Ma cosa fai durante il giorno?”
M’ha
risposto che sta quasi sempre a letto e soltanto verso mezzogiorno si alza a
scaldare qualcosa, se le va. Al pomeriggio invece le piace guardare quei vecchi
film in bianco e nero dove anche il sole è grigio ma la gente sembra contenta
lo stesso.
Allora
mi ha fatto pena e mi sono offerto di darle un passaggio.
Lei
mi ha ringraziato tanto, ma ha rifiutato. M’ha ricordato che le stagioni devono
andare avanti e indietro per conto loro: non si può portarsele appresso,
neanche per un po’ e lei, seppur depressa, è pur sempre una stagione.
Perciò
l’ho salutata e sono ripartito, rischiavo di far tardi: lei comunque m’è
rimasta nel retrovisore per un po’ e poi è sparita, in mezzo al frumento.
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