mercoledì 18 giugno 2014

Una ricetta per domani

Corri, corri. Corri sempre. Corri da sempre. Poi, una mattina, un pensiero ti blocca. Ti si infila nella mente come farebbe un bastone tra le ruote di una bicicletta e ti ritrovi scaraventato a terra a cinquanta, settanta metri di distanza a fare conoscenza con l’asfalto e con un dolore del tutto inaspettato.
“Quando?”.
Te lo chiedi solo allora: “Quand’è cambiata la realtà?”.

martedì 10 giugno 2014

Le patatine

Sono in cassa al supermercato. C’è un po’ di fila, niente di eccessivo.
Dietro di me c’è una donna senza carrello. Tra le braccia due pacchi di pasta e poco altro.
Sto meditando di farla passare quando un uomo si avvicina. Sembra indiano ma potrebbe essere semplicemente troppo abbronzato. Sembra un Clarke Gable biscottato e senza brillantina.

Il Gable indiano regge due lattine di coca e un sacchetto di patatine formato famiglia. Si ferma lì vicino e per un po’ guarda la donna di sottecchi, poi si fa coraggio:
“Cosa è qui?” dice indicando la confezione di patatine.
La donna colta di sorpresa ha uno scossone e quasi le cadono le mezze penne.
“Cosa? Vuoi sapere cosa c’è scritto?” chiede al Gable indiano ed io mi stupisco della sua prontezza di riflessi.
“Sì” le risponde l'uomo imbarazzato.
“E’ scritto: “Solo patatine italiane fritte in puro olio di girasole...”
“No qui...” l’interrompe il Gable indiano puntando il dito su una scritta rossa.
“Lì c’è scritto “Croccanti”” spiega la donna.
“Eh?”
“Croccanti. Non so come spiegarti cosa vuol dire croccante...”
“Eh?”
“Le patatine sono croccanti!” sentenzia infine la donna.
“Bene per bambini?” le chiede allora il Gable indiano.
“Ah sì... Vanno bene!”

Il Gable indiano sorride.
La donna sorride.
Poi alzano la testa e mi vedono sorridere.

“Prego” dico e faccio passare avanti entrambi.


martedì 3 giugno 2014

La porta

Di solito non si fa in tempo a suonare che la serratura scatta e la porta si apre, ma stavolta non è così. Ho già suonato due volte e sono indeciso se fare un terzo tentativo. In fondo all’anima ho una voglia matta di voltare i tacchi e andarmene: non ci tengo poi molto a farmi agguantare dal dentista. 
Invece sto lì, in attesa. Non suono, resto in ascolto. Da dietro la porta non arrivano i soliti ronzii degli impianti di trivellazione e neppure il risucchio della maledetta cannetta aspiratutto.
E’ un silenzio che mi inquieta, e non poco. Penso a chi deve trovarsi là dentro, sotto le lampade alogene, sui lettini reclinabili e non riesco proprio ad immaginarmelo in buona salute. Lo penso drogato a tradimento con un fazzoletto al cloroformio, immobilizzato al lettino con delle cinghie spesse un dito e larghe tre e sanguinante, straordinariamente sanguinante dalla bocca.

Ciononostante fatico ad andarmene. Me ne sto in piedi, immobile davanti alla porta chiusa a trasformare il mio dentista e i suoi assistenti in spietati aguzzini e nonostante tutto non me la do a gambe, non ce la faccio. Ho messo radici anzi e le radici camminano già sotto il pavimento e in qualche maniera esplorano di soppiatto il mondo al di là della porta invadendo la sala d’aspetto, sollevando al passaggio le piastrelle, alzando da terra le seggiole siamesi che grattano costantemente il muro con gli schienali di plastica.
Da lì, dal mio rifugio esterno, ora mi par di cogliere dei tonfi, del rumori attutiti, come provenienti da oscure profondità marine. Dei passi pesanti zittiti dalla moquette, delle mazzate smorzate da una montagna di capelli... L’orrore ormai m’ha circondato i pensieri, spalancato gli occhi, cucito la bocca, cementato i piedi e non mi riesce un solo respiro. Di colpo mi sento oppresso dalla penombra del pianerottolo, minacciato dalla bava di vento che infesta la tromba delle scale, abbandonato da tutto e da tutti ad un destino quanto mai crudele.   

Mi sento quasi venir meno e cerco di prepararmi alla caduta quando alle mie spalle una porta si apre su di una sala d’aspetto illuminata. Ne esce un omaccione sulla settantina, capelli bianchi, naso rosso e una mano poggiata su di una guancia gonfia e dolente. Uscendo s’accorge che lo fisso stupito o meglio, instupidito e non può fare a meno parlarmi: “Beato lei...” dice chiamando l’ascensore: “Beato lei che non deve andare dal dentista!”.